Mettere a punto terapie cellulari innovative contro i tumori solidi

Mettere a punto terapie cellulari innovative contro i tumori solidi

Monica Casucci è responsabile del laboratorio di ricerca immunoterapie innovative dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Grazie al sostegno di AIRC sta studiando nuove terapie cellulari a base di cellule CAR-T, in grado di riconoscere e colpire selettivamente le cellule tumorali, privandole, se necessario, del guscio zuccherino che le protegge dall’azione dei trattamenti.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo di immunoterapia dei tumori e, in particolare, dello sviluppo di trattamenti a base di cellule CAR-T.

Le CAR-T sono linfociti T del sistema immunitario che vengono prelevati dal paziente e geneticamente modificati in laboratorio. Attraverso l’introduzione di un recettore chimerico, queste cellule acquisiscono la capacità di riconoscere in modo estremamente preciso le cellule tumorali e di distruggerle. È un approccio che sfrutta e potenzia le difese naturali dell’organismo: una volta infuse nel paziente, le CAR-T si attivano, si moltiplicano e possono persistere nell’organismo per diverso tempo. Nell’ambito dei tumori ematologici hanno già cambiato radicalmente la prognosi per molti pazienti, mentre contro i tumori solidi, nonostante alcuni risultati positivi ancora sporadici, la tecnologia ha finora faticato a ottenere risultati clinici efficaci.

In particolare, su quali fronti stai lavorando?

Sono coinvolta in due importanti progetti di ricerca sostenuti da AIRC.

Il primo è parte di un programma AIRC 5 per mille coordinato dalla professoressa Chiara Bonini. Si tratta di uno studio molto articolato che coinvolge 17 gruppi di ricerca, con l’obiettivo di sviluppare terapie contro le metastasi epatiche, una delle principali cause di mortalità per i tumori del pancreas e del colon-retto. Nel mio caso sto lavorando allo sviluppo di nuove terapie CAR-T che assolvano a questo scopo, nello specifico contro il cancro al colon-retto. A oggi abbiamo identificato un nuovo bersaglio molecolare, l’antigene CDH17, che è diventato la base per una nuova tecnologia CAR-T, descritta in una pubblicazione scientifica uscita di recente.

A che punto siete con la messa a punto di questo nuovo trattamento?

Siamo nella fase di traslazione verso la clinica, che è il passaggio più complesso. Bisogna infatti trasformare un’idea che funziona in laboratorio in un trattamento che possa essere somministrato in sicurezza ai pazienti, e che sia anche efficace. Parliamo di un percorso che dura molti anni e richiede investimenti molto importanti, che non sarebbe stato possibile senza il sostegno di AIRC. Speriamo di avviare una sperimentazione clinica nei prossimi 2 o 3 anni. È però fondamentale procedere con la massima cautela per assicurarsi che tutto venga fatto nel migliore dei modi e senza alimentare false speranze.

Su cosa si concentra il secondo progetto?

È un progetto sostenuto da un My First AIRC Grant, il cui obiettivo è rendere le cellule CAR-T più efficaci contro i tumori solidi. Abbiamo scoperto che molti tumori si proteggono creando attorno a essi una sorta di “scudo zuccherino” che ostacola l’azione delle cellule immunitarie. Il nostro obiettivo è ingegnerizzare CAR-T di nuova generazione capaci di rilasciare un agente in grado di rimuovere tale rivestimento zuccherino, oltre a svolgere la convenzionale azione terapeutica. È una ricerca ancora preclinica, ma molto promettente. Il meccanismo di protezione è infatti comune a diversi tipi di tumori solidi, quindi le CAR-T che metteremo a punto potrebbero essere una sorta di piattaforma tecnologica adattabile a diverse neoplasie.

Qual è stato il tuo percorso come ricercatrice?

Mi sono formata in biotecnologie e lavoro sulle CAR-T dal 2006. Ho fatto un’esperienza all’estero dove ho acquisito le competenze per maneggiare questa tecnologia. Mi ha sempre affascinata l’idea di unire un anticorpo e un linfocita T in una singola arma terapeutica. È l’esempio perfetto di come la biotecnologia possa avere un impatto reale sulla vita dei pazienti.

Che ruolo ha avuto AIRC nel tuo percorso?

Un ruolo fondamentale. AIRC mi ha sostenuta fin dall’inizio della mia carriera. Il finanziamento 5 per mille è stato decisivo per portare avanti un progetto così ambizioso. Senza il sostegno di AIRC, la ricerca traslazionale semplicemente non sarebbe possibile. Il My First AIRC Grant, d’altro canto, mi sta sostenendo in un ambito di ricerca molto innovativo. Con entrambi gli studi cerchiamo di dare risposte e soluzioni a bisogni clinici ancora insoddisfatti.

Con un lavoro così impegnativo, riesci a ritagliarti una vita fuori dal laboratorio?

Per me è essenziale. Ho due figlie di 10 e 6 anni e una famiglia che rappresenta il mio punto di riferimento. Tornare a casa la sera, mangiare insieme, condividere il tempo con loro è ciò che mi permette di mantenere un equilibrio. Non è semplice, richiede organizzazione e anche rinunce, ma non ho mai voluto mettere il lavoro al centro di tutto.

Le tue figlie sono consapevoli del tuo lavoro?

Sì, gliene parlo in modo semplice. Sanno che la mamma studia nuovi trattamenti per curare malattie per cui oggi non esistono ancora terapie efficaci. Per loro è naturale e, in qualche modo, ne sono orgogliose.

Quanto conta questo equilibrio anche nel lavoro scientifico?

Conta moltissimo. La ricerca è fatta di tempi lunghi, di fallimenti e di ripartenze. Avere una vita piena fuori dal laboratorio aiuta a mantenere lucidità e motivazione.

  • Monica Casucci

  • Università:

    IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano