5 cose da sapere sulla fibromialgia

Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2026

Tempo di lettura: 17 minuti

La fibromialgia è stata a lungo considerata una “malattia immaginaria”, ma oggi sappiamo che probabilmente non è così, anche se le cause non sono chiare. Facciamo un punto su questo disturbo, che è più comune nella popolazione femminile.

La sindrome della fibromialgia, ancora difficile da riconoscere e diagnosticare, si manifesta con dolore cronico, affaticamento, concentrazione altalenante e disturbi del sonno. Sappiamo che colpisce soprattutto le donne, si presenta di solito attorno alla mezza età, e può compromettere profondamente la qualità della vita, ma resta per molti aspetti poco compresa. Ecco cosa sapere per orientarsi tra sintomi, possibilità di diagnosi e strategie di gestione.

1. Che cos’è la fibromialgia

Il termine fibromialgia proviene dalla fusione del latino fibra con i termini greci “myo” (muscolo) e “algos” (dolore). La caratteristica primaria della malattia è infatti proprio il dolore. È possibile che nei secoli scorsi alcuni casi di fibromialgia siano stati chiamati reumatismi. A inizio Novecento ha iniziato a essere usato il termine “fibrosite” e solo dal 1976 è entrata nel gergo medico la parola “fibromialgia”, per descrivere una condizione di dolore diffuso e persistente con precisi punti dolenti lungo il corpo. Ma le origini e le cause della condizione erano ancora oscuri. Nel 1981 sono emersi i risultati del primo studio clinico controllato, che hanno convalidato i sintomi noti, e si sono poste le basi per la definizione di alcuni criteri diagnostici, condivisi per la prima volta dall’American College of Rheumatology nel 1990 e aggiornati e ridefiniti nel 2010. Nel 1992 l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto la fibromialgia come una vera e propria malattia, seppure in mancanza di un quadro chiaro di cause, meccanismi e precisi criteri diagnostici.

Sebbene non sembri essere una condizione rara (solo in Italia si stima affligga circa 2 milioni di persone, nel 90% dei casi donne), è però ancora una sindrome poco definita, difficile da diagnosticare. I pazienti sono spesso visitati da diversi specialisti (reumatologi, neurologi, endocrinologi e psichiatri), ed è possibile che un’eventuale diagnosi di fibromialgia di uno specialista non sia confermata da medici di altre specialità.

Ciò nonostante, negli ultimi anni la fibromialgia ha ricevuto maggiore attenzione anche sul piano istituzionale, con l’avvio del percorso per il suo riconoscimento nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), per ora soprattutto per le forme severe.

2. Quali sono i sintomi più comuni

La fibromialgia si presenta con una miriade di sintomi, variabili da persona a persona, con altrettanto svariate ricadute sulla qualità della vita. Tra i principali vi è il dolore muscolo-scheletrico diffuso e persistente, su entrambi i lati del corpo e dalla testa ai piedi, che può diventare debilitante e compromettere le normali attività motorie. Sono molto comuni anche l’affaticamento (che può essere confuso o sovrapporsi a un’altra patologia ugualmente poco definita, la sindrome da affaticamento cronico), l’insonnia e il sonno non ristoratore, che porta a un risveglio non soddisfacente anche dopo molte ore a letto e all’impossibilità di svolgere le attività quotidiane.

Tra i problemi notoriamente collegati a questa sindrome rientra anche un deficit di attenzione, memoria e concentrazione, descritto come una sorta di “nebbia” mentale che avvolge i pensieri. Non è raro inoltre che si manifestino ansia, depressione e frequenti mal di testa, nella forma di cefalea o emicrania. In questo caso, è bene ricordare che le persone che convivono con malattie croniche e dolorose possono andare incontro a depressione e ansia proprio a causa della difficile gestione dei sintomi: non è chiaro, dunque, quale sia il legame tra la fibromialgia e le manifestazioni sul piano psicologico.

La fibromialgia può coesistere con altre condizioni, come artrite reumatoide, lupus eritematoso, spondilite anchilosante, sindrome dell’intestino irritabile, cistite interstiziale (detta anche “dolore pelvico cronico”) e disturbi dell’articolazione temporomandibolare.

3. Perché è difficile da diagnosticare

La maggioranza dei pazienti riceve una diagnosi solo dopo lungo tempo, o non la riceve affatto, rimanendo nel dubbio sulla propria condizione. L’eterogeneità e la vaghezza dei segni e dei sintomi rendono la fibromialgia complessa da rilevare per i medici, com’è emerso nel tempo, pure con i diversi nomi con cui è stata indicata.

Ancora oggi non esistono indicatori certi o esami strumentali in grado di identificarla: non può essere diagnosticata con le analisi del sangue o delle urine, per esempio, né con una risonanza magnetica. Negli ultimi anni la ricerca si è attivata verso l’identificazione di possibili biomarcatori, che potrebbero consentire in futuro lo sviluppo di test diagnostici validati, ma a oggi nessuno è ancora utilizzabile nella pratica clinica.

La diagnosi è basata quindi sull’esclusione di altri disturbi con sintomi simili, come per esempio malattie infiammatorie o disfunzioni a carico della tiroide, e sull’ascolto dei sintomi descritti dai pazienti. Fino a qualche anno fa si faceva riferimento ai cosiddetti “tender points”, i punti dove si riscontra il dolore più acuto e che si trovano a livello muscolare, tendineo o anche osseo; le linee guida attuali prevedono invece un approccio con cui si considera soprattutto la diffusione e la persistenza del dolore (per almeno 3 mesi).

Per tutte queste ragioni, non è raro che chi ne soffre riceva una diagnosi errata o, ancor peggio, venga considerato un “malato immaginario”, come se non avesse nessun disturbo.

4. Le cause della fibromialgia

Gli interrogativi sulla fibromialgia sono ancora tanti, a partire dalle cause, che restano misteriose. Potrebbe essere scatenata da particolari condizioni o eventi come traumi, incidenti, periodi di forte stress, altre malattie o infezioni virali. Negli ultimi anni si è rafforzata l’ipotesi che la fibromialgia sia legata a un fenomeno disensibilizzazione centrale, cioè un’aumentata reattività del sistema nervoso centrale agli stimoli dolorosi. I pazienti, insomma, avrebbero una soglia del dolore più bassa per ragioni insite nel loro sistema nervoso.

Poiché capita spesso che più persone della stessa famiglia ne siano affette, è possibile esista una predisposizione genetica, che potrebbe coinvolgere alterazioni nella comunicazione mediata da neurotrasmettitori coinvolti nelle vie del dolore (come per esempio la dopamina) e ormoni. Sono inoltre oggetto di ricerca altri possibili meccanismi, come il coinvolgimento delle piccole fibre nervose e di processi neuro-immunitari, ma non esiste ancora un’ipotesi condivisa.

La maggior prevalenza nelle donne potrebbe dipendere da fattori biologici, per esempio i livelli di alcuni ormoni, come gli estrogeni, che hanno un ruolo nella modulazione dei segnali dolorosi. Non sono però da escludere anche fattori psicologici e socioculturali.

Si tratta molto probabilmente di una malattia multifattoriale, ed è anche possibile che le cause differiscano da paziente a paziente.

5. Quali opportunità di supporto esistono

Data l’origine ancora poco chiara, non esiste a oggi una terapia risolutiva per prevenire o curare la fibromialgia. Esistono però strategie che permettono in molti casi di convivere meglio con i sintomi.

Pur in mancanza di trattamenti, le principali linee guida raccomandano di praticare regolarmente attività fisica, di avvalersi di un sostegno psicologico per i disturbi dell’umore e di pratiche per la gestione dello stress (meditazione, mindfulness) e di adottare uno stile di vita salutare. Sul piano farmacologico, i medici a volte possono prescrivere analgesici, miorilassanti, sedativi, anticonvulsivanti e antidepressivi. Nel 2025 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato una nuova terapia a base di ciclobenzaprina sublinguale che agisce sulla qualità del sonno, uno degli aspetti più compromessi nella malattia.

 

Le tecniche di neuromodulazione elettrica, non invasive, hanno mostrato alcuni benefici. Queste includono la stimolazione nervosa elettrica transcranica, la stimolazione transcranica a corrente continua e la stimolazione magnetica transcranica. Si indaga anche sul potenziale della stimolazione elettrica dei rami auricolari del nervo vago.

  • Alice Pace

    Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.